La scorsa settimana si è tenuta l’esibizione biennale Milipol Paris, che si conferma come la fiera internazionale di riferimento per la sicurezza interna degli Stati, un evento che si tiene tra Francia, India, Qatar e Singapore. Il nome stesso, abbreviazione di Militia Police, riflette l’orientamento della fiera verso le attrezzature e le tecnologie destinate alle forze di polizia e alle “milizie” o forze militari impiegate in compiti di sicurezza interna e ordine pubblico. L’evento, tenutosi la scorsa settimana (18-21 novembre) presso il Parc des Expositions di Parigi, è un crocevia globale dove professionisti e aziende del settore presentano e discutono le ultime dottrine operative e le attrezzature.
Analizzando le proposte esposte, emerge un quadro chiaro di come l’innovazione tecnologica stia sempre più convergendo verso la sorveglianza di massa, l’acquisizione sommaria di dati, l’analisi predittiva e l’escalation delle tattiche di controllo delle folle (manifestazioni), sollevando in un occhio critico profonde preoccupazioni per la tutela delle libertà fondamentali e della democrazia. Di seguito vengono mostrate le proposte più pericolose per la tutela dei diritti civili e umani.
Ormai da anni la geolocalizzazione dei telefoni e, più recentemente, la sorveglianza aerea sono alla base della raccolta dati. Dispositivi di geolocalizzazione installabili su droni sono presentati primariamente per il recupero di dispersi, ma è plausibile che siano usati o vengano usati in futuro per identificare proteste spontanee o tracciare attivisti.
L’uso di droni per la sorveglianza su vasta scala è la realtà di ogni situazione: droni vengono utilizzati su terreni estesi come coste e foreste per la sorveglianza, inclusa l’identificazione di migranti e imbarcazioni non autorizzate. La His Majesty’s Coastguard ne fa già ampio uso per identificare le barche di migranti che attraversano la Manica, avendo cominciato nel 2018 riutilizzando droni militari, dal 2022 sul mercato esistono droni specifici per la sorveglianza di vaste aree aperte.
Questa centralizzazione del controllo delle acque territoriali, come evidenziato in un’inchiesta della giornalista CNN Katie Polglase, dimostra come tecnologie presentate come salvavita o per la sicurezza nazionale siano immediatamente impiegate in contesti che toccano direttamente la sfera dei diritti umani e la criminalizzazione della migrazione e delle ONG.
Il cuore pulsante dell’escalation al Milipol si trova nei dispositivi di analisi forense e intercettazione, dove l’integrazione dell’AI sta ridefinendo i confini dell’investigazione. Aziende come la francese Revel.io offrono sistemi per bypassare il PIN di un telefono tramite bruteforce in pochi secondi, garantendo l’accesso totale al dispositivo. Questo accesso non solo consente la raccolta di dati, ma fornisce agli agenti informazioni cruciali sulle applicazioni utilizzate da certi gruppi criminali o politici, aprendo la strada a una potenziale infiltrazione mirata, anche tramite bot.
Sebbene questi software non permettano l’accesso a distanza (a differenza di spyware come Graphite, dell’israeliana Paragon), la capacità di ottenere un accesso completo e non mediato ai dispositivi pone a rischio la privacy e il diritto all’anonimato, nonché aumenta esponenzialmente i rischi per gli attivisti che vengono trattati come veri e propri criminali.
L’adozione di sistemi come quelli proposti dall’israeliana Cellebrite e l’italiana SIO conferma questa tendenza. Entrambe le aziende offrono soluzioni per accedere a materiale criptato, anche su telefoni protetti da PIN. Il loro approccio è basato su un sistema chiuso che copre l’intero iter dall’identificazione del sospettato all’accusa, con un AI assistant che genera report e identifica pattern e relazioni attraverso grafi interattivi, snellendo e capillarizzando il processo investigativo.
La proposta di SIO a Milipol, a differenza della sola ingegneria informatica di Cellebrite, include anche strumenti di sorveglianza fisica come la geolocalizzazione e telecamere con riconoscimento facciale, di oggetti e di movimento (incluse altre caratteristiche umane come portamento e postura). I cellulari intercettati con questi sistemi sono completamente esposti a occhi esterni, i quali possono attivare anche keyboard alerts e quindi monitorarne l’attività in tempo reale.
Anche se aziende come la francese Intersec si dichiarano attente al rispetto delle norme GDPR europee, limitando l’operatore al conoscere le app che l’utente usa, l’enorme quantità di dati che un telefono immette in rete e che loro raccolgono, una volta combinata con i dati in possesso dello Stato, permette all’AI di formulare un profilo praticamente completo e persino di prevedere comportamenti e interessi del soggetto target.
Questa ricerca continua e frenetica di dati non serve alla conduzione di indagini o identificazioni di crimini, sono bensì il fulcro del potere di governi che, nell’era dell’informazione, sanno benissimo che per mantenere il loro potere e la loro sovranità devono essere costantemente informati su potenziali dissidenti e oppositori politici. Questo tipo di tecnologie sono di minimo aiuto per omicidi, rapine, stupri ed evasione fiscale, soprattutto se paragonati ai costi che gli stati affrontano per comprare tali prodotti.
Proposte aggressive come quella dell’indonesiana Intek, che propone una box in grado di gestire fino a 150 account social tramite avatar AI, aprono la porta a una sorveglianza pervasiva e all’infiltrazione mirata del dissenso politico. I prodotti Intek sono già stati utilizzati dal governo indonesiano per reprimere le rivolte della Gen Z di quest’anno, e sono stati acquistati da paesi come Turchia, Nepal e Kenya. I prodotti più interessanti per la gestione e repressione del dissenso proposti da Intek sono due box, portatili: la prima già citata gestisce con l’AI fake account social in grado di postare, commentare, ripostare e chattare. L’account viene impostato dall’operatore che può decidere età, genere, occupazione e orientamento politico, e inserendo delle parole chiave per alert automatici. L’AI fa il resto, sfruttando l’algoritmo. Il secondo prodotto si muove con il primo e non fa altro che mettere insieme tutti i dati raccolti dal bot con le bodycam dei poliziotti, con la geolocalizzazione dei dispositivi e le telecamere connesse.
Con questi strumenti si ha una panoramica completa di tutto ciò che accade nell’area, permettendo alla polizia di intervenire in caso di aggregamenti non autorizzati o sospetti. Come si può immaginare, una simile tecnologia non è affatto mirata alla prevenzione del crimine né alla sicurezza della cittadinanza, che sono più effetti secondari dell’avere un controllo capillare ma comunque “dall’alto” di una città.
Infine, ci sono alcune armi per il controllo delle folle che mostrano un’escalation diretta e meritano una menzione (nonché l’attenzione delle ONG). L’azienda francese AMG PRO ha presentato uno scudo antisommossa che integra spray al peperoncino e una luce accecante.
Già acquistato dalle forze di polizia francesi, lo spray viene attivato tramite una leva posta sulla maniglia dello scudo, similarmente al freno di una bicicletta. Poco sopra il foro per lo spray, sempre ad altezza volto, vi è la luce: una piccola torcia che emette una luce debilitante – nonostante io fossi stata preparata alla forza della torcia e nonostante l’abbiano accesa per circa un secondo, la mia vista è stata limitata per circa 1 minuto.
La seconda menzione d’onore va all’azienda cinese Husha, che si occupa di stun-gun (meglio note come TASER) e prodotti simili. Il prodotto più preoccupante proposto da questa azienda è il manganello con scossa elettrica, che rischia di sdoganare l’uso armi a impulsi elettrici in contesti di protesta. Il manganello non è individuabile, passa perciò inosservato, ma la scossa è attivabile attraverso un pulsante posto sul manico.
Questo strumento toglie il gesto e il boato dello sparo e lo sostituisce con il più normalizzato movimento del classico manganello. Husha ha creato un TASER che si collega alla bodycam tramite bluetooth (se acceso) così che quando il grilletto viene premuto la registrazione parta in automatico. Sebbene questo sia utile per successivi addestramenti per i poliziotti, la registrazione manca di contestualizzazione lasciando la persona colpita priva di tutele sul comportamento etico dell’agente.
A mio avviso, questo è una finta soluzione, una sorta di contentino che finirà per tutelare molto più i poliziotti che gli individui che subiscono un utilizzo del TASER ingiusto e/o gratuito. Ultima invenzione, e ancora più preoccupante, è l’e-stun glove di Netforce (start-up francese), un guanto che paralizza momentaneamente il bersaglio con una scossa elettrica di27mA. Questo guanto è pensato per le manifestazioni e individui disarmati o quasi, sono rari i casi in cui uno stun-glove riuscirebbe a fermare dei criminali armati.
Anche qui, il rappresentante al Milipol ci ha tenuto a specificare che l’arma non è letale, ma far cadere a peso morto e paralizzare una persona a terra, anche solo per pochi secondi, in una folla, espone a un rischio di morte per schiacciamento o trauma cranico che non dovrebbe essere trascurato. L’azienda si promette di addestrare i poliziotti con un lungo corso di addestramento di ben 4 ore al termine del quale viene rilasciata una certificazione permanente di dubbio valore legale fatta dall’azienda stessa. Si può prendere la Netforce come esempio di tutte le aziende produttrici di armi per la polizia: il corso è breve, l’arma è potente, l’utilizzo dell’arma ha delle ovvie conseguenze che però non vengono affrontate né nella costruzione dell’arma né durante il corso. Infatti, uno dei maggiori problemi della militarizzazione della polizia sta nel fatto che i corsi di formazioni sulle regole di ingaggio sono prese molto poco sul serio e, combinandosi con altri fattori critici delle istituzioni di polizia, causa decine di morti ogni anno solo in Europa.
Le tecnologie presentate a Milipol Paris rappresentano un significativo passo avanti verso la sorveglianza onnicomprensiva e la repressione fisica. Milipol è la dimostrazione che quando si parla di sicurezza e protezione non esistono tattiche di de-escalation, l’unica soluzione è una escalation così repentina e violenta che non lascia altri vincitori se non il governo stesso.
Published on Osservatorio Repressione on 25th November 2025
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